Il cinema di Gianni Di Gregorio è sempre più quieto e luminoso, una formula contro il logorio di molta contemporaneità cinematografica. Il suo sorriso bonario ha rischiarato l’ultima proiezione delle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia.
Ad ogni sua nuova incursione filmica, Di Gregorio (ri)entra nelle nostre vite spettatoriali, come uno spirito guida in grado di indicarci una via alternativa al chiasso e alla frenesia mediatica in cui siamo costantemente immersi.
In Come ti muovi sbagli, Gianni veste i panni di un nonno solitario, ex professore di lettere impegnato nella conclusione di un importante saggio. L’arrivo improvviso della figlia Sofia e dei nipoti gli sconvolge l’ordine delle cose, riaccendendo però il tiepido calore familiare
E’ bello vedere qualcuno capace ancora di misurare gli spazi del set, lavorare sulle pause, sugli sguardi e costruire le gag senza forzature. Con il semplice accenno umoristico di un grande osservatore dello scorrere quotidiano.
Un cinema placido solamente in superficie, in grado di scandagliare i rapporti umani e il destino che a volte li lega, con uno spessore analitico che abita fuori dal tempo.

Un autore in punta di piedi
Di Gregorio ha esordito come autore già quasi sessantenne (era il 2008), con Il pranzo di ferragosto, diventato un piccolo cult. Già si delineava il suo pensiero filmico, che lo ha immediatamente imparentato al grande comico e mimo francese Jacques Tati. Difatti come Tati, Di Gregorio ha sempre lavorato su una comicità d’osservazione, in cui la sua maschera solitaria e benevola guarda con stralunata lucidità una società che non riesce più a comprendere. Il suo fare cinema è caratterizzato da una delicatezza di tocco umoristico con gag appena accennate, spesso sospese a metà, che ne fanno un poeta disincantato del contemporaneo.
In questo suo ultimo lavoro torna la sua Roma, costrutto urbano fatto di piccole cose che hanno il sapore di tempi perduti. Gli arancini, i tipi da bar, Un dollaro d’onore alla TV e Zorro, l’eroe mascherato ravvisato dalla nipote Olga nei tratti di un giovane garzone di rosticceria.
Come ti muovi sbagli, possiede il solito incedere educato del regista romano, in cui i drammi familiari non scadono mai nella nevrosi stereotipica e nemmeno nella risata coatta. Ma vengono trattati con leggere pennellate malinconiche. La sua maschera ha ormai raggiunto una certa dimensione crepuscolare, senza mai cedere alla puerilità senile.
Gianni e la sua maschera
La maschera di Gianni è sempre quella di un bonario misantropo in rapporto con un mondo ai suoi occhi assurdo. Dalla famiglia di Il pranzo di ferragosto, al sesso femminile in Gianni e le donne, passando per il nuovo mondo del lavoro di Buoni a nulla a quello dei pensionati in Lontano lontano, fino alla ronde sentimentale di Astolfo. Come ti muovi sbagli prosegue il solco romantico e rohmeriano (luminosità delle riprese esterne e alcuni dialoghi) dell’opera precedente. Complice Iaia Forte come completamento sentimentale della sua maschera.
Quella di Gianni è una maschera comico-filosofica che misura il procedere del tempo e si fa depositaria di sguardi e pensieri. Non è più Gianni, né Astolfo, ma torna ad essere il professore senza nome di Lontano lontano, con un maggior distacco critico dal processo narrativo. Il professore è simbolo di una solitudine arcaica e gentile, come il lupo che si porta al guinzaglio.
Cultura libraria
Non è scontato andare in sala per una commedia italiana e vedersi materializzare davanti il verbo della cultura. Di Gregorio non fa uso della cultura libraria con sfoggio intellettualoide, ma con il garbo sapiente di chi antepone la medicina del sapere al vuoto pneumatico della società contemporanea.
Gargantua e Pantagruele di Rabelais letto come fiaba della buonanotte ai nipoti, poi Dante e le monadi di Leibniz per cercare di comprendere i buchi e le sfasature del linguaggio presente. E il tanto vagheggiato saggio sui Longobardi che il professore vorrebbe terminare, resta una porta aperta sul suo futuro e quello dell’umanità.




